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Legge contro gli affitti in nero: incostituzionale la proroga fino al 31 dicembre 2015

 

di Giuseppe Marino - Avvocato e Dottore di ricerca in Giustizia costituzionale

È senz’altro da escludere che il legislatore possa “mantenere in vita” o ripristinare gli effetti prodotti da disposizioni che, in ragione della dichiarazione di illegittimità costituzionale, non sono più in grado di produrne.

 

 
Lo ha ribadito la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 169, depositata il 16 luglio 2015.
Il caso. La pronuncia in commento trae origine dalla questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 l. n. 80/2014, nella parte in cui, nel convertire il d.l. n. 47/2014, ha introdotto la previsione secondo cui «sono fatti salvi, fino alla data del 31 dicembre 2015, gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti sulla base dei contratti di locazione» registrati ai sensi dell’art. 3, commi 8 e 9, d.lgs. n. 23/2011.
La norma censurata è stata adottata al fine di garantire una sorta di ultrattività dell’art. 3, commi 8 e 9, d.lgs. n. 23/2011 – con cui il legislatore aveva introdotto un meccanismo sanzionatorio per i casi di mancata registrazione dei contratti di locazione ad uso abitativo, di indicazione di un canone fittizio e di registrazione di comodati fittizi – dopo la pronuncia di illegittimità costituzionale (per eccesso di delega) ad opera della sentenza n. 50/2014.
Ad avviso del giudice a quo, la previsione di salvezza dei rapporti in corso risulterebbe in contrasto con l’art. 136 Cost., essendosi nuovamente introdotta nell’ordinamento giuridico una disposizione legislativa oggetto di dichiarazione d’incostituzionalità. La norma contestata, infatti, ha, nella sostanza, prorogato l’efficacia e la validità dei contratti di locazione registrati sulla base delle disposizioni successivamente dichiarate costituzionalmente illegittime. In questo modo, si continuerebbe ad attribuire al conduttore il vantaggio di sottrarsi all’adempimento integrale del contratto stipulato, consentendogli il pagamento del c.d. “canone catastale”, notoriamente inferiore a quello di mercato.
Di contro, l’Avvocatura dello Stato ha osservato che, essendo stata la declaratoria di illegittimità pronunciata per ragioni formali (eccesso di delega), non dovrebbe intendersi preclusa una nuova disposizione che abbia, nella sostanza, reintrodotto la disciplina censurata. Inoltre, ad avviso della difesa erariale, la norma denunciata non avrebbe natura “confermativa” o “riproduttiva” di quella dichiarata incostituzionale, costituendo, piuttosto, una norma di salvaguardia genetica dei contratti di locazione eterointegrati (che, per effetto della sentenza n. 50/2014, sarebbero divenuti invalidi) e di salvaguardia funzionale con riferimento alle vicende successive di tali contratti, mirando alla tutela dei conduttori che si vedrebbero esposti allo sfratto per finita locazione a causa dello spirato termine finale originariamente pattuito o allo sfratto per morosità a causa del minor canone corrisposto in base alla norma dichiarata incostituzionale.
La Consulta ricostruisce la finalità della proroga. Come emerge dai lavori parlamentari, la norma censurata salvaguarda, fino al 31 dicembre 2015, gli effetti della legge contro gli affitti in nero che la Corte Costituzionale ha cancellato: con questa previsione, il legislatore ha voluto far in modo che coloro che ne hanno beneficiato non subissero le conseguenze di aver applicato la legge, garantendo loro un tempo congruo per non dover sopportare un aggravio delle proprie condizioni di vita. È evidente, dunque, che l’intento perseguito dal legislatore era quello di preservare, per un certo tempo, gli effetti prodotti dalla normativa dichiarata costituzionalmente illegittima, facendo beneficiare di una singolare prorogatio la categoria degli inquilini.
Così facendo, il legislatore si è proposto, non già di disciplinare medio tempore la tematica degli affitti non registrati tempestivamente, magari attraverso un rimedio ai vizi additati da questa Corte; e neppure quello di “confermare” o di “riprodurre” pedissequamente il contenuto normativo di norme dichiarate costituzionalmente illegittime; ma semplicemente quello di impedire, sia pure temporaneamente, che la declaratoria di illegittimità costituzionale producesse le previste conseguenze, vale a dire la cessazione di efficacia delle disposizioni dichiarate illegittime dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione.
Ad ognuno il suo: il legislatore non può salvare norme dichiarate incostituzionali.Ricostruite in questi termini la portata della norma censurata e la ratio ad essa sottesa, la Consulta richiama la giurisprudenza costituzionale, ormai risalente, che ha chiarito il rigoroso significato dell’art. 136 Cost.: su questa norma – si è detto – poggia il contenuto pratico di tutto il sistema delle garanzie costituzionali, in quanto essa priva immediatamente la norma illegittima di ogni efficacia, senza possibilità di compressioni od incrinature nella sua rigida applicazione (Corte Cost., n. 73/1963 e n. 88/1966; più di recente, cfr., Corte cost., n. 73/2013, n. 245/2012 e n. 354/2010).
Se appare, infatti, evidente che una pronuncia di illegittimità costituzionale non possa, in linea di principio, determinare, a svantaggio del legislatore, effetti corrispondenti a quelli di un “esproprio” della potestà legislativa, è del pari evidente, tuttavia, che questa non possa risultare pronunciata “inutilmente”, come accadrebbe quando un’accertata violazione della Costituzione potesse, in una qualsiasi forma, inopinatamente riproporsi. E se, perciò, certamente il legislatore resta titolare del potere di disciplinare, con un nuovo atto, la stessa materia, è senz’altro da escludere che possa legittimamente farlo – come avvenuto nella specie – limitandosi a “salvare” e, cioè, a “mantenere in vita” o a ripristinare gli effetti prodotti da disposizioni che, in ragione della dichiarazione di illegittimità costituzionale, non sono più in grado di produrne.
Un conto sarebbe riproporre, per quanto discutibilmente, con un nuovo provvedimento, anche la stessa volontà normativa censurata dalla Corte; un altro conto è emanare un nuovo atto diretto esclusivamente a prolungare nel tempo, anche in via indiretta, l’efficacia di norme che «non possono avere applicazione dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione» (art. 30, comma 3, l. n. 87/1953 – Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale).
Né si può condividere l’argomento speso dall’Avvocatura generale a proposito della circostanza che l’illegittimità costituzionale sia stata dichiarata per un vizio meramente formale (difetto di delega). È, infatti, pacifico che una sentenza caducatoria produca i suoi effetti quale che sia il parametro costituzionale in riferimento al quale il giudizio sia stato pronunciato, senza, perciò, che sia possibile differenziarne o quasi graduarne l’efficacia.
La norma impugnata deve, pertanto, essere dichiarata costituzionalmente illegittima per violazione dell’art. 136 Cost..
 
fonte: http://www.dirittoegiustizia.it/news/11/0000074691/Legge_contro_gli_affitti_in_nero_incostituzionale_la_proroga_fino_al_31_dicembre_2015.html

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